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Letteratura, scuola e multimedia

Il presente articolo riprende il mio intervento al Salone dei 500 di Palazzo Vecchio a Firenze, conferenza su Letteratura e multimedia nell’ambito del ciclo di conferenze destinate ad insegnanti Cliquez pour découvrir organizzato dall’Istituto Francese di Cultura. (18 aprile 1996). [1]

Chiamo Ipertesto un’opera che abbia intrinseca la possibilità di una lettura non lineare e che anzi la preferisca o addirittura la richieda.
Non è cosa nuova, opere del genere sono sempre esistite nella storia della scrittura, si pensi alle enciclopedie, ai cataloghi o alle pagine gialle, tutti testi non lineari. Nessuno consulta infatti un’enciclopedia dall’inizio alla fine, salvo perversioni personali che adesso qui non voglio mettere in discussione.
L’informatica si impadronisce dunque di un concetto e di una modalità da sempre esistita e l’ipertesto si accasa nel computer, trovandovi il supporto ideale; infatti l’elaboratore elettronico facilita ed amplifica la non-linearità per la sua velocità e capacità di stoccaggio.

Quando invece attraverso un computer si coordina la presenza contemporanea di vari codici simbolici, vale a dire di testi, immagini, suoni, interventi musicali e filmati si ha allora un Multimedia. Anche questo non è un concetto nuovo, basti pensare ai codici miniati, ai teli illustrati dei cantastorie o più banalmente alla televisione. Il computer di suo ci aggiunge l’interattività (cfr. oltre e nota 8 ).

L’unione di ipertesti (dunque modalità non lineare di “navigazione” all’interno di un corpus testuale) e multimedia (la compresenza di vari media che usano differenti codici, iconici, sonori, filmici e testuali), o meglio, l’unione ed il coordinamento via computer di una modalità ipertestuale e multimediale di comunicazione danno luogo ad un ipermedia, ovvero un multimedia con “navigazionabilità” non lineare.

Ho appena affermato che multimedia è avere sul computer immagini, testi, suoni, filmati; questo è falso, non è completo, non è preciso. Perché fare multimedia è qualcosa di molto di più: è saper gestire con flessibilità, con rapidità e con pertinenza il passaggio fra questi codici simbolici, il linguaggio del testo, la scrittura, il linguaggio delle immagini, quello dei suoni , quello dei filmati ed anche se vogliamo quello dei rumori (si pensi alla funzione iconica degli allarmi o avvertimenti acustici che un computer dà all’utente in determinate situazioni).

Dunque fare multimedia è molto più difficile che non mettere insieme tutti questi elementi. Voglio utilizzare per spiegare queste difficoltà il titolo di un convegno sul multimedia tenutosi nel 1996 nel Friuli che si intitolava “Zuppa digitale”. In culinaria non basta buttare tutti gli ingredienti che compongono una ricetta nel “calderone” e accendere il fuoco sotto. Ognuno di questi elementi va preparato secondo la sua specificità; la sapiente preparazione dei singoli ingredienti, l’armonizzazione di tutti gli aromi, la conoscenza dei risultati combinatori dei vari sapori ci porta alla fine a qualche cosa di commestibile e possibilmente anche godibile.
Nel multimedia dovrebbe succedere (ma spesso non è così) qualcosa di analogo, ma con molte aggiuntive complicazioni. Bisogna attentamente armonizzare tra loro i sapori comunicativi altrimenti si otterrà solo un’accozzaglia di messaggi, scarsamente interessante, poco leggibile, di poco senso e sapore e spesso indigeribile.
Nel mondo informatico sorgono dunque nuovi imprevisti problemi, dunque nuove opportunità.

Con il multimedia elettronico si possono illustrare le parole, fare sentire le immagini, visualizzare le musiche, tutta una serie di sinestesie che portano a di nuovi sapori, uso ancora questa immagine culinaria. Anche se tutto questo non è affatto facile da realizzare, questa “feconda alleanza”[2] fra sistemi simbolici consente grande possibilità espressive e permette di scoprire una modalità comunicativa che non si sospetterebbe affatto abitare nei computer. Questa forma di espressione è la POESIA. Perché se è vero quello che diceva Roman Jacobson[3], che una delle funzioni del linguaggio è quella poetica, ovvero la funzione di straniamento, (la sorpresa, il disattendere le aspettative del lettore), allora il multimedia è molto poetico, perché c’è sempre una domanda sottesa di fronte ad un’applicazione multimediale: che cosa succederà se io clicco su questa parola, che cosa succederà se io passo con il mouse su questa immagine, si scatenerà un suono, avrò un’altra immagine, partirà un filmato? Tutta questa sorpresa continua ha valenze e funzioni oltre che poetiche anche didattiche importanti. La funzione di aprire le menti a nuovi sorprendenti collegamenti, nuovi illuminanti legami concettuali, (nuovi link direbbero gli addetti ai lavori) fra media diversi e nuovi usi degli elementi significanti di un codice.
Un ipertesto lo si potrebbe dunque definire come “un testo che cresce”[4], un testo la cui somma delle informazioni è continuamente aumentata dai legami che possono essere attivati via via, dalla trama di relazioni, interne ed esterne. Ed è sorprendente come l’etimologia latina della parola “testo” (textus , p. pass. di texere = tessere, intrecciare) conservi la traccia di questo tessuto-testo, dell’intrinseca connettività della trama del discorso (molte lingue straniere conservano più dell’italiano questo stretto rapporto fra testo e tessuto; inglese: text , francese texte).

Io non so se con gli ipertesti, o con gli ipermedia, nascerà una nuova letteratura elettronica, vedo però che le parole, con l’elaborazione elettronica diventano leggere, diventano leggerissime, non sono più pietre come si sarebbe detto nel dopoguerra. Le parole elettroniche piacerebbero molto ad un grande reinventore o sconvolgitore del testo, mi riferisco a Filippo Tommaso Marinetti che con il futurismo ha cominciato a stravolgere le parole, a dar loro una valenza iconica, una valenza d’immagine. E piacerebbero, questi nuovi sistemi multi simbolici, forse anche a Verga, così interessato alla fotografia e coinvolto, più o meno volentieri nel cinema e forse a quel grande “immaginifico” ch’era D’Annunzio. E a Calvino che dedicò una delle sue “Lezioni americane” proprio alla “leggerezza”, ove, fra l’altro, parla anche di “bit senza peso”[5]. Bit senza peso che trasportano parole, immagini, suoni…
E potrei azzardarmi ad aggiungere anche i dadaisti, i surrealisti, o Apollinaire con i suoi calligrammi (testi modellati in forma d’immagine) e più recentemente A. Ginsberg, poeta della beat-generation.

Oltre le possibilità manipolatorie del testo c’è però un altro aspetto fondamentale: gli ipertesti o ipermedia, non si leggono, non si guardano, ma “ci si entra”[6], ci si cala dentro, ci si naviga, ed è qui la grande differenza con la televisione, alla quale spesso questi multimedia sono assimilati. La televisione è demografica[7] per natura, si rivolge a larghe masse, il rapporto è di uno a molti, navigare in un multimedia è invece un esperienza personale, interiore se non addirittura intima. Dalla televisione il “messaggio” arriva senza possibilità di controllo di chi lo riceve. Un “lettore” multimediale invece s’immerge dentro questo spazio del documento e decide più o meno liberamente dove e come nuotare. E questi nuovi spazi documentali hanno già un loro nome; la letteratura specializzata chiama docuverso l’universo delle informazioni dentro le quali ci si muove.

Ho accennato alle difficoltà di creare (buoni) multimedia: dalla stampa, specializzata o meno (e nel primo caso è grave) pare invece, che fare multimedia sia una cosa molto semplice. Basta equipaggiarsi di un computer più o meno potente (e dai costi in caduta costante), equipaggiato di tutti gli strumenti “multimediali”[8] che servono, e uno si può fare l’ipermedia da sé. E’ come se negli anni passati fosse bastato comprare una buona macchina da scrivere per scrivere un bel romanzo (ora ci vorrebbe il computer anche per questo).
Non è propriamente così, ci vuole cultura, fatica intellettuale, lavoro concettuale (come per tutte le opere d’intelletto) per impadronirsi e servirsi proficuamente del linguaggio multimediale e per strutturare un’opera che sia tale.
Ma qual è il linguaggio del multimedia? Siamo sicuri che lo abbiamo già trovato, siamo sicuri che la produzione sul mercato abbia fatto un’attenta riflessione su questo?
A questo proposito utilizzerò l’esempio del cinema: quando cento anni fa, più o meno, nasceva il cinema, i fratelli Lumière avevano inventato una nuova tecnologia per registrare le immagini però più che filmare treni che entravano o uscivano dalla stazione non riuscivano a fare. Dunque la possibilità tecnologica c’era, mancava lo stile o meglio mancava un linguaggio e l’elaborazione successiva di uno stile. Ci vorrà tutta la ricerca artistica, cominciata con i registi russi, per creare quel linguaggio, quel modo di parlare per immagini e di comunicare che è il cinema.
Dunque per fare multimedia ci vuole una notevole cultura della comunicazione, perché quella informatica di per sé non basta più. L’informatica oramai è solamente il supporto per veicolare questi messaggi. Entrano in gioco, proprio per il fatto che il multimedia è un rapporto personale con la macchina, aspetti sconosciuti alla produzione informatica classica: aspetti di psicologia della percezione, di ergonomia, di filosofia dei linguaggi. Dunque tante nuove figure professionali sono coinvolte nella creazione di questi multimedia. Inoltre bisogna essere coscienti di quello che diceva un altro grande della comunicazione, Marshal Mac Luhan: “è il medium che fa il messaggio”[9]. Dunque se è vero che ogni singolo medium “inscatola” e dà una forma al messaggio bisogna essere coscienti che abbiamo uno strumento nuovo che non deve scimmiottarne altri, ma che deve crearsi uno specifico linguaggio per dare la propria forma al messaggio. E dunque bisogna cominciare a scrivere testi pensati specificatamente per il loro destino elettronico, leggero, non lineare e pronto ad ogni contaminazione[10] con altri codici simbolici, quali quello sonoro-musicale e iconico-filmico. E lo stesso ripensamento del codice deve essere perseguito da qualsiasi codice si parta.

Un ultima considerazione per sgombrare il campo dai timori dei neo-luddisti che temono queste nuove forme della comunicazione, coloro che affermano che questi nuovi modi di fare cultura o comunque di comunicare faranno scomparire altri media: sparirà il libro stampato, sparirà la televisione, il cinema, spariranno tutte le buone cose d’un tempo (ma la televisione non era tanto cattiva?).
Io non lo credo. Anzi esorterei, se non sfiderei, i lettori a comunicarmi un solo caso nella storia dell’umanità nel quale un nuovo media abbia soppiantato in toto un altro. Quando è nato il cinema non è sparito il teatro, quando è apparsa la telenovela in televisione, non ha soppiantato il feuilleton ottocentesco, basta guardare alle fortune delle collezioni Harmony e affini.
Dunque il multimedia non sostituirà niente, ma ci sarà, come sempre è accaduto, un accomodamento.
Ritorno all’immagine culinaria, ora che il piatto è pronto: alla tavola della comunicazione si aggiungerà il multimedia e di certo più prepotentemente Internet; si stringeranno un po’ tutti gli altri, si faranno un po’ da parte, ognuno restringendo appena il suo campo d’attività, ma ognuno nel suo specifico.
Dunque il futuro prossimo venturo non sarà così terribile. Inoltre guardiamo anche i dati: la media delle famiglie italiane equipaggiate a casa da un computer si aggira intorno al 5%, dati del 1994. Quelle poi equipaggiate di computer con capacità multimediali è dunque minore. (Significativo fra l’altro come fra quest’ultimi ben il 49% non abbia intenzione di dotarsi di un lettore CD-Rom, conditio sine qua non alla fruizione multimediale)[11]
Comunque pare proprio che questa nuova ondata comunicativa attraverso multimedia e vieppiù Internet sia destinata a non arrestarsi e a crescere esponenzialmente. Risulterà dunque di fondamentale importanza il ruolo della scuola e degli insegnanti, che dovranno impadronirsi di queste nuove tecniche, saperne i rischi ed i pregi e preparare le generazioni che verranno a saperle usare, a valutarle criticamente, senza essere abbagliati da scintillii e machismi tecnologici, a distinguere un buon multimedia da un pessimo multimedia, così come si dovrebbe insegnare a valutare e distinguere un buon libro dalla paccottiglia editoriale.

Dunque “il futuro è qui, ora non resta altro che distribuirlo”.[12]

1. Ringrazio Stefka Ivanov per la paziente opera di trascrizione della registrazione audio.

2. Maignien, Yannick, L’oeuvre d’art à l’époque de sa reproduction numérisée, in Bulletin des bibliotheques de France, Paris, t.41, n°1, 1996

3. Jakobson, Roman, Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli, 1978

4. Riccardo Ridi, Una biblioteca è un ipertesto che cresce in Cd-Rom e basi dati. Catalogo ‘96, Genova, E.S. Burioni ricerche bibliografiche, p. 308 – 317.

5. Italo Calvino, Lezioni americane, Milano, Garzanti, 1990, p. 9-10

6. Riccardo Ridi, La biblioteca virtuale come ipertesto, in Biblioteche oggi , XIV (1996), n. 4, p. 10 – 20.

7. De Kerckhove, Derrick, The skin of culture, Toronto, Somerville House Publishing, 1995

8. Parola quanto mai abusata: la pubblicità si è appropriata del termine e oramai tutto è e deve essere multimediale. Stessa fortuna ha il termine interattivo: è apparsa una pubblicità di una lavatrice che vantava un pannello di controllo interattivo.

9. Marshal Mac Luhan, Understanding media, 1964, (trad. It. Gli strumenti del comunicare, Milano, Mondadori, 1990).

10. Questa contaminatio sembra una cosa molto nuova, ma in fondo lo diceva già tanto tempo fa una persona che senz’altro aveva usato la parola computare, ma non aveva mai visto un computer. Diceva questa persona, “l’arrangiamento e la disposizione delle immagini assomigliano alla scrittura”… Questa persona era Cicerone, che così scriveva nel De Oratore.

11. Intermedia, Il mercato del Cd-Rom in Italia: soggetti, aspettative e consumi, Firenze, 1996

12. William Gibson, autore di fantascienza. Fra i fondatori del movimento cyber-punk (in cui, come tutti i veri fondatori, non si riconosce). Fra i suoi principali libri (romanzi e raccolte di racconti): Burning Chrome, Neuromancer, Count-Zero, Mona Lisa overdrive e – in collaborazione con l'altro guru del cyberpunk, Bruce Sterling – The difference engine (tutti tradotti in italiano, alcuni negli Urania). N.B. debbo queste informazioni bibliografiche a Riccardo Ridi (ridi@bibsns.sns.it).

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