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Il brivido dell’informatico

[lunedì 25 marzo 1996 12.42]

Prima i dati stavano fermi. Ora con la multimedialità si muovono, hanno collegamenti che l’informatico non è abituato a trattare, vanno verso l’utente e portano comunicazione, sapere, non informazioni o dati.

Dunque non è facile ingabbiarli in database, record, forms di presentazione. Questi sistemi funzionavano perchè i dati erano collegati fra loro da rapporti fisici o tassonomici.

Ora i rapporti sono diversi, sono eclettici, imprevedibili, idiosincratici: sono semantici. E il computer, come macchina, non accede al semantico.

Dunque l’informatico deve abituarsi a questi nuovi modi di trattare i dati, non deve estrarre liste pertinenti, deve comunicare ambienti, epoche, stati d’animo, teorie. I dati forse sono gli stessi, ma hanno preso vita.

L’informatico ha a che fare dunque, con sgomento, con nuovi concetti quali racconto, stile, sintassi, rizomaticità del testo, struttura narrativa, regia, sente parlare di persone a lui sconosciute, Barthes, Derrida, Propp, Jakobson, MacLuhan, con nuove discipline, psicologia della percezione, semiologia, ergonomia, tecnica della comunicazione.

Dunque si instilla in lui il dubbio, immotivato, di essere in via di estinzione, o quello, fallimentare, di retroguardia, di non avere bisogno di nessuno, perchè lui ha i mezzi e le conoscenze tecniche per farli funzionare.

Sarebbe come se …
Nel multimedia siamo come nel momento della nascita del cinema o della TV (entusiasmi e timori).

Ma siamo anche a pochi secondi dal Big Bang. C’è la materia, ma è tutta mescolata (Calvino). Per il resto manca tutto: un linguaggio specifico, o meglio la coscienza che con un nuovo linguaggio ci si debba avvicinare a questi mezzi, autori specifici, lettori specifici, un mercato ancora (% 4,4).

Ci vogliono nuove esperienze professionali (… … …) che debbono interagire con quelle “vecchie”.
Nuove figure che si stanno affacciando nelle società di informatica, grazie anche

E qui nasce il problema, manca un metalinguaggio. L’informatico parla di analisi e l’iper-autore parla di piano dell’opera, l’informatico chiede una struttura dei dati, quando questi non son più quelli che conosceva, e ci sono invece contenuti, poco circoscrivibili, l’informatico vuole analizzare il flusso del sistema, quando si dovrebbe parlare di storyboard.

Si scontra con problemi di nuovi: copyright, scelte musicali, voci, indici di leggibilità dei testi, approcci deittici, immagini evocative.

L’accento non è più sul cosa, ma sul come.

E se cose (oggetti) ci sono,  le “cose” da mostrare non son più fredde, ma parlano, e parlano fra loro in continuo chiacchericcio multi lineare e trans-codice attraverso i legami ipertestuali.

E come potrebbero parlare! (Toschi e immagini di Manzoni). Ci si aspetta, ci si augura, che una schiera di nuovi professionisti, infiltrati nelle società di informatica, trovi il modo di far scaturire dal multimedia questa intrinseca vocazione al parlare (fra loro), pertinentemente e con l’aiuto degli informatici.

Ci sono, si stanno formando questi nuovi professionisti. Ma bisogna stare attenti: fare MULTIMEDIA è molto facile, tecnicamente e “softwaristicamente”. E’ la cultura, la sensibilità che manca e va formata. Questa cultura può venire, a mio parere, solo dagli umanisti. Ad una condizione che quest’ultimi smettano di considerare con supponenza i computer, come spesso succede, e si sporchino le dita di bytes.

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