Appunti per un approccio linguistico agli ipertesti
23 Agosto 2006 by Voodoobytesman
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Wikipedia
[mercoledì 6 luglio 1994 ore 9.49]
Da qualche tempo a questa parte si parla molto di iper-testi, sia sulla stampa specializzata (e c’è da chiedersi quale sia la stampa specializzata su un argomento del genere), sia su quotidiani e riviste di largo consumo. Non ci interessa qui discutere quanto a torto o a ragione, quanto a vanvera o con precisione tecnico-scientifica si dibatta sull’argomento.
Qui si vuole aggiungere a quanto finora scritto un contributo di diversa natura. Si tenterà un diverso approccio all’ Ipertesto, trattandolo non tanto dal punto di vista informatico, aspetto che esula dal presente contributo e per il quale rimando alla bibliografia, quanto da quello più specifico delle basi strutturali proprie ad ogni Testo. Applicherò dunque gli strumenti della linguistica e della semiologia tradizionali.
Partirò da un oggetto: un libro, contenitore di Testo per eccellenza. Un libro è un oggetto veicolo di significati tramite i loro significanti, nello specifico le parole stampate sulla sua carta. E’ la famosa distinzione significato-significante di Ferdinand De Saussure, linguista e semiologo svizzero che operò a cavallo fra ‘800 e ‘900. In termini molto semplici il significante è il veicolo del messaggio, suoni (fonemi) o grafie (grafemi) che compongono le parole, ma anche immagini (e qui il discorso si fa per noi interessante), segnali di ogni tipo (da quelli stradali, alle spie luminose del cruscotto di un’ auto, alle, guarda un po’, icone di Windows o similia). Il significato è il suo complemento, è il concetto che si vuole esprimere o rappresentare, un’ informazione sotto forma di Testo, un’ indicazione o divieto del codice stradale, un avvertimento al conduttore del veicolo, un “warning” all’ utilizzatore di un programma.
Un libro, con il suo Testo, rimanda dunque ad informazioni, concetti, immagini mentali, ma ha un limite la monodirezionalità. Quando leggo un libro generalmente lo scorro dall’ inizio alla fine. Posso se voglio tornare indietro o saltare le parole, i paragrafi o i capitoli che non mi interessano, ma sempre sullo stesso piano di movimento mi muovo. Posso, se ne traggo utilità o diletto leggerlo dalla fine all’ inizio, ma a parte la discutibile qualità di informazioni che ne trarrò, sempre nella stessa dimensione mi sarò mosso. Se il libro mi rimanda ad informazioni che non fanno parte del mio bagaglio culturale dovrò documentarmi attraverso altri libri o fonti di informazioni (immagini, suoni, etc.) Compirò dunque un salto su un’ altra direttrice parallela alla precedente la quale per definizione giace sullo stesso asse della prima. Dunque se consulto un Testo sono bloccato dalla sua stessa natura a vagare per un piano potenzialmente infinito, ma senz’ altra dimensione. Invece “(…) la non linearità è una modalità di lavoro e di consultazione del tutto naturale” (Paolo Paolini, in “Navigare con gli ipertesti”, Milano, Mondadori Informatica, 1989)
A questo punto devo chiamare in causa un’ altro signore molto importante: Roman Jakobson, russo, uno dei fondatori del Circolo Linguistico di Praga (1926) istituzione fondamentale nella storia della linguistica e della semiotica.
Roman Jakobson in una lingua o qualsivoglia codice, distingueva un asse della selezione, o paradigma, da un asse della combinazione, o sintagma. Il primo, verticale, mi permette di selezionare fra le indefinite possibilità di scelta di un oggetto linguistico, il secondo mi permette di scegliere la sequenza o sintassi di combinazione degli elementi. Quando io articolo, o scrivo la frase: “Il cavallo corre sul prato” attuo le due possibilità: combino sintatticamente gli elementi che fanno parte del mio bagaglio linguistico e li metto in un preciso rapporto fra loro in base all’ ordine reciproco. Sono libero sul piano sintagmatico e paradigmatico: potrei infatti dire ugualmente “il cane corre sul prato”, ma anche “il personal computer corre sul prato”, “il cavallo formatta sul floppy”, o persino “sul il cavallo prato corre”. In entrambi i casi, sia che mi muova verticalmente, sia che mi muova orizzontalmente cambierò radicalmente il senso del mio enunciato fino a raggiungere risultati imprevedibili, il cui contenuto di informazione varierà da zero a infinito (valori semiologicamente omologhi).
Dunque io produttore di Testo ho la piena libertà sugli assi orizzontali e verticali della comunicazione, ma io fruitore, io lettore no. Resto legato alla bidimensionalità, al percorso inizio-fine, qualsiasi sia il modo di percorrenza o la direzione. In più ho un problema: se non so che cos’ è un cavallo devo per forza fare riferimento ad altri testi.
Un Ipertesto invece conferisce anche al lettore la possibilità di movimento (traslazione) sull’ asse paradigmatico che era proprio dell’ autore. L’ Ipertesto rende tecnicamente possibile ciò che nella consultazione di un normale Testo era solo virtuale, ovvero l’ apertura ad una polidimensionalità della fruizione.
“Con quale tecniche i sistemi di ipertesti risolvono la non linearità? Con due nozioni molto semplici: nodi e legami. Il materiale viene frammentato in pezzi (chunks) di dimensioni contenute. Ogni pezzo è abbastanza autosufficiente da rappresentare qualcosa di intellegibile. I pezzi vengono collegati tra loro mediante i legami (links)” (Paolini,ibidem)
Torniamo per un attimo a Roman Jakobson: egli applicava i concetti di sintagmaticità e paradigmaticità agli elementi minimi di significato, i fonemi. Nei miei esempi sopra riportati io gli ho applicati ad un livello superiore, quello che chiamerò per semplicità parole. L’ Ipertesto porta queste distinzioni ad un livello ancora superiore, quello di Testo. Con un sistema ipertestuale io ho la possibilità di “navigare” (parola chiave dell’ Ipertestualità) non solo sulla superficie del Testo, ma anche, paradigmaticamente e potenzialmente a mia libera scelta, nelle profondità dei rimandi del Testo. E se i chunks sono ben strutturati il mio discorso-immersione, qualsiasi sia la direzione di “navigazione”, porterà nuove informazioni e proprio per la sua unicità ed originalità (cfr.Rizomi)
Dunque per riprendere l’immagine geometrica della fruizione del testo si potrebbe definire un Ipertesto un testo non euclideo. Si può arrivare a dire che l’Ipertesto raggiunge geometrie mandelbrotiane, ovvero a dimensioni frazionarie?